Oggi è Fridì 28 August 2026, ore 6:53:52


ORA E SEMPRE RESISTENZA racchiude l’intero significato della nostra vita democratica, è un giuramento che si fa ai nostri padri ed è un impegno per i figli. È un urlo di libertà e di giustizia sociale che guarda all’oggi senza dimenticare il passato.
ORA E SEMPRE RESISTENZA trascende il significato originario, chiama ciascuno di noi ad essere “popolo serrato intorno al monumento”, nelle sfide che oggi si portano alla democrazia, al diritto, alla salute, al welfare, all’alfabetizzazione, alla dignità del lavoro e dei lavoratori, all’appartenenza, alla coesione sociale, al destino comune, condiviso e consapevole del mondo.
Noi riteniamo che sempre, in tutta la vita, si presenti la necessità di ribadire questo giuramento, questa sfida, questa promessa.
Con eccessiva baldanza e ferma convinzione, ci rivolgiamo a Voi, nella vigilia della ricorrenza del 25 Aprile con questa domanda: “Qual è oggi, l’aspetto peculiare, l’emergenza, l’obbiettivo, che meglio rappresenta ai vostri occhi l’invocazione civile racchiusa nella frase di Pietro Calamandrei? Come va declinata oggi quella frase?”.
Grati della vostra attenzione e fiduciosi che vorrete aderire all’iniziativa, Vi salutiamo ripetendo ORA E SEMPRE RESISTENZA.
#TUTTINSIEMECELAFAREMO*

ORA COME ALLORA
« ... Invece di una condanna a morte, avrei meritato che mi erigessero un monumento».
Così il feldmaresciallo Albert Kesselring, già comandante supremo di tutte le forze tedesche in Italia, all’indomani della sua scarcerazione
nell’ottobre 1952. Condannato a morte il 6 maggio 1947 per crimini di guerra, il 29 giugno la sentenza fu commutata in ergastolo e uscì dal
carcere sei anni dopo per presunte gravi condizioni di salute. In realtà, Kesselring visse altri 8 anni libero nel suo Paese, dove divenne un
eroe negli ambienti neonazisti.

Una canzone per la nuova Italia
La lapide ad ignominia
Toccò a Piero Calamandrei, rispondere alla tracotante provocazione di Kesselring, con una storica epigrafe collocata a sinistra della prima rampa dello scalone del municipio di Cuneo, il 3 dicembre 1952. Da quel giorno, quell’elegia civile accompagna il nostro ricordo e rafforza la nostra fermezza nel contrastare, anche oggi, il nazifascismo, vecchio e nuovo.
Decine di Comuni italiani decisero di esporla, a monito dei valori della Resistenza, nei Palazzi Civici, accanto a lapidi, cippi e monumenti ai Caduti.
Molti ignorano che l’ambasciata della Repubblica Federale di Germania, pur criticando Kesselring, contestò la lapide, invocando la necessità di non riaprire vecchie ferite.
Ma la cosa che più stupisce è la risposta impacciata del nostro Ministero degli Esteri che arrivò a definire la «Decisione (del Comune di Cuneo), a parere nostro, non molto felice. È triste che ciò sia accaduto, e che si sia tentato di riversare su qualcuno il peso di torti altrui».

Abbiamo rivolto un invito-appello alle persone che incontrerete nella nostra rivista.
Molte di loro, anzi, tutte quante, non hanno bisogno di alcuna ulteriore presentazione: gli incarichi che ricoprono, o che hanno ricoperto,
la dottrina, l’esperienza, l’esempio, la loro passione democratica, l’entusiasmo e la passione civile stanno lì,
davanti a noi, a confortarci, a renderci orgogliosi del fatto che abbiano voluto tanto generosamente rispondere alla nostra richiesta.
In questo 25 Aprile forzatamente virtuale, i nostri ospiti ci rammentano il senso profondo, non transeunte e sempre nuovo, di quella comunità vasta, coraggiosa e appassionata che richiamandosi ai valori della Resistenza ci restituisce il calore e la passione della libertà, il valore della dignità dell’uomo, l’indifferibile necessità di eguaglianza e giustizia sociale.
Hanno contribuito a questo risultato:
Partigiano anonimo. (Da un quadernetto rinvenuto nelle tasche di un partigiano caduto in un sentiero tra i monti della Lunigiana).
Maria Chiara Acciarini. Docente. Consigliere nazionale Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti.
Alice e Elena. Istituto Comprensivo Settimo 4
Corrado Ezio Barachetti. Mercato del Lavoro CGIL
Susanna Camusso. Responsabile Politiche di Genere CGIL Nazionale
Gian Carlo Caselli. Magistrato. Già procuratore di Palermo e di Torino.
Marina Cassi. Giornalista.
Walter Cerfeda. Già Segretario generale Confederazione Europea dei Sindacati, scrittore
Marco Chiauzza. Dirigente scolastico. Vice Presidente Federazione Nazionale Insegnanti
Salvatore Coluccia. Professore emerito di Chimica Fisica dell'Università di Torino
Enzo Costa. Presidente Nazionale AUSER
Nunzia Del Vento. Dirigente scolastica.
Claudio Dellavalle Professore emerito di Storia Contemporanea. Presidente ISTORETO
(Istituto piemontese per la storia della resistenza e della società contemporanea)
Nerina Dirindin. "Associazione Salute Diritto Fondamentale" e Cipes Piemonte
Anna Foa. Professore emerito dell'Università La Sapienza. Scrittrice
Laurana Lajolo. Scrittrice. Docente di Storia. Presidentessa della fondazione Davide Lajolo.
Annalisa Lantermo. Medico del Lavoro, già Dirigente SPreSAL - ASL Città di Torino
Susanna Mantovani. Professore emerito di Pedagogia generale e sociale. Università di Milano Bicocca
Franco Marra. Socio fondatore di Sloweb e insegnante di SeNonSaiNonSei
Sergio Negri. Giornalista. Scrittore.
Carla Nespolo. Presidente Nazionale ANPI.
Gianni Oliva. Storico. Scrittore. Dirigente Scolastico.
Ivan Pedretti. Segretario Generale Spi Cgil
Clotilde Pontecorvo. Professore Emerito di Psicologia dell'Educazione dell'Università di Roma Sapienza
Pier Massimo Pozzi. Segretario Generale CGIL Piemonte
Roberta Ricucci Docente Universitaria.
Maria Grazia Sestero. Presidente Regionale ANPI.
Giorgio Simonelli. Docente universitario. Giornalista
Tiziana Tauselli. Psicologa
Maria Cristina Tettoni. Medico e Silvia Ferrero Merlino Psicologa
Elisa Trovò. Coordinamento Genitori Democratici
Livia Turco.Presidente della Fondazione Nilde Jotti.
Enrica Valfrè. Segretaria Generale Camera del Lavoro Metropolitana di Torino.
Luana Valle. Insegnante e Scrittrice, e Alice Merlo. Attivista
Partigiano anonimo (dal suo quadernetto)
Partigiani - Ce ne sono di tutti i tipi: comunisti e cattolici, socialisti e liberali, anarchici e trotzkisti,
giellisti e monarchici, leali e opportunisti, coraggiosi e vigliacchi, decisi e attendisti, generosi e scaltri, onesti e ladri, giovani e vecchi,
eroi e doppiogiochisti, consapevoli e no, con scarpe e senza scarpe, vestiti da soldati e da pagliacci.
Combattono
una delle diecimila guerre che l’uomo ha scatenato su questa terra e pensano di essere dalla parte della ragione.
Commissario - Quelli che hanno dubbi vanno da lui. È lui che ci ha detto chi sono Matteotti, Gramsci, i fratelli Rosselli, e perché sono morti. Perché il fascismo è condannato. Perché noi siamo nel giusto. Perché dobbiamo combattere.
Repubblica - Una parola che può significare la parte avversa. Esempio: “arriva la repubblica”. Oppure una straordinaria confusione: “che repubblica!”. Chissà quanti anni occorreranno, da noi, perché riacquisti il suo vero significato.

Grano - Non è altrettanto sicuro, per starvi nascosti, del campo di granoturco, ma c’è stato un giorno, indimenticabile, in cui ci siamo rivoltati sulla schiena e abbiamo osservato le spighe, i fiordalisi, i papaveri che tremavano alla brezza estiva e ci siamo accorti che continuavamo a vivere.
Neve - Com’è diversa da quella della nostra infanzia. Nessuno, allora, fabbricando palle di neve, avrebbe sospettato che può portare alla disperazione.
Morte - Non se ne parla mai, ma è sempre con noi. Ciascuno si è immaginato la propria, lavorandovi fin dal giorno in cui ha scelto questa parte della barricata. È indispensabile possedere una morte, così come è indispensabile possedere un fucile, un paio di buone scarpe e qualche idea chiara in testa. Sarebbe una sorpresa troppo spiacevole trovarsela dinanzi, all’improvviso, senza essere preparati a riceverla.
PENSIERI CHE DISCENDONO DALL’APPELLO E DAL RICHIAMO ALLE PAROLE DI CALAMANDREI
Davanti a centinaia di studenti, nel gennaio 1955, Pietro Calamandrei ricordò che migliaia di giovani erano “caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento” perché “la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta”, cioè sulla Costituzione.
Libertà e giustizia sono i due capisaldi della nostra legge fondamentale che oggi più che mai deve essere rispettata, combattendo ogni stravolgimento che ne venga, esplicitamente o implicitamente, proposto, e attuata, lavorando per ridurre le molte disuguaglianze che ancora caratterizzano la nostra società.
A tal fine centrale è il ruolo della scuola ed è ancora Calamandrei che ce ne spiega l’insostituibile funzione quando la definisce “organo costituzionale”. Oggi la chiusura delle scuole, di quei luoghi pubblici in cui un pacifico esercito di circa dieci milioni di persone si recava ogni giorno, sta determinando un’emergenza nell’istruzione, grave quanto quelle nella sanità e nell’economia. Bisogna agire con rapidità e intelligenza per non condannare un’intera generazione a una profonda disparità di trattamento nell’accesso al sapere.
Ora e sempre Resistenza
Oggi non è una festa, oggi è una battaglia.
Camminava per le strade della sua città pensando e guardandosi intorno; l’aria era inquinata e fredda, c’erano grandi palazzi grigi, proiettavano ombre di giganti. I pochi alberi erano tutti senza foglie ed erano talmente secchi che spesso cadevano i rametti più piccoli a terra e con questi, i pochi bambini presenti, giocavano a spade o li utilizzavano come bacchette magiche. Quelle poche auto che passavano rompevano un profondo silenzio e lasciavano un orrendo odore di benzina.
Il silenzio fu interrotto dal lamento di un senzatetto appoggiato al muro di un negozio sotto i portici, era tutto sporco e indossava alcuni stracci logori, lo conosceva prima che finisse così: era caduto in miseria dopo l’arrivo del Dittatore, gli aveva tolto tutto perché sospetto di tradimento. Tutta la popolazione aveva paura di finire come lui, ma non la Resistenza, ne faceva parte con la sua famiglia; insieme stavano architettando un piano per raccogliere tutte le persone dalle strade, quelle senza casa; era un torto alle ideologie del Dittatore, ma loro l’avrebbero fatto comunque.
Accogliamo volentieri l’incipit di un racconto che Alice ed Elena, studentesse di terza media dell’Istituto Comprensivo di Settimo 4, ci hanno voluto mandare per la nostra webzine. Ci restituisce l’atmosfera cupa di giorni che speriamo siano scongiurati per sempre e, insieme, la commozione della libertà. Bravissime! (la Redazione).
Resistere sempre, è alzarsi la mattina e scoprire che tra le tue quattro mura di casa c’è vita!
C’è sempre stata è vero, ma stamattina una sirena dell’ambulanza e subito dopo il suonare a morto del campanile ti porta una riflessione: la vita di casa mia è qua ma non ho più la giusta percezione di dove sia e quale sia la vita degli altri!
Resistere è immaginare che gli altri abbiamo la possibilità di fare la tua stessa riflessione, che gli altri nel fare questo riescano ad immaginare che siano in tanti a farla, resistere è allora riuscire ad immaginare che vi sia una grande consapevolezza solidale talmente forte da farti dire che le tue quattro mura non potranno mai impedirti di pensare ad un futuro più giusto, più libero, più rispettoso dell’individuo, più democratico e più libero.
E allora, ora è sempre resistenza.
ORA E SEMPRE RESISTENZA è innanzitutto un monito a non fermarsi alla sola celebrazione della Liberazione e dei liberatori; a continuare ad affermare e difendere i valori di libertà, democrazia e il modello di società che li hanno guidati. È un messaggio che consegna a noi tutti la responsabilità, individuale e collettiva, di continuare a dare contenuto e senso alla libertà di cui godiamo, così faticosamente conquistata.
La stessa responsabilità collettiva che richiama l’immagine del popolo stretto attorno al monumento, e alla rivendicazione della scelta delle pietre, rivendicazione di autodeterminazione che insieme alla libertà rappresenta il lascito della Resistenza.
Il concetto di autodeterminazione ci appare alieno in quest’epoca di emergenza e di distanziamento, in cui le limitazioni imposte all’agire quotidiano rischiano di assottigliare i confini tra cittadinanza e sudditanza.
Quella di Piero Calamandrei è un’invocazione civile, certo, ma è anche un grande appello politico, direi quasi un programma in sé, scolpito nella roccia.
Ci richiama alla responsabilità collettiva di rendersi protagonisti nella progettazione del futuro, affrontando l’emergenza presente ma mantenendo uno sguardo che non si fermi all’immediato: ora e sempre.
Serve un nuovo patto tra uomini e donne liberi, un impegno a prenderci cura di noi, quindi del paese e del mondo. Occorre rifiutare una logica della crescita e del consumo indiscriminati e privatizzati.
Ritorniamo invece ad ispirarci alla Carta Costituzionale progettata dai liberatori, atto collettivo che immagina e disegna una società di persone uguali, che portano in sé diritti inalienabili alla salute, all’istruzione, al lavoro. Tali diritti per essere esercitati, per essere effettivamente tali, devono poter essere usufruiti universalmente e quindi sottratti alla logica del mercato, ma affidati invece al controllo pubblico.

Chi non conosce le vibranti parole di Piero Calamandrei sullo strettissimo rapporto fra Resistenza e Costituzione? Ricordiamole ancora una volta: “andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.
Dunque la Costituzione nasce grazie alla Resistenza. C’era una volta un signore che amava indossare, soprattutto far indossare agli altri, una divisa di solito confezionata in orbace nero. Questo signore ogni tanto si affacciava a un balcone, o si esibiva nella trebbiatura del grano, ogni volta gonfiava i muscoli, induriva le mascelle... Voleva comandare tutto da solo, di fatto comandava tutto da solo. Questo signore è durato una ventina d’anni e ha portato il nostro Paese alla rovina: culminata nella tragedia della seconda guerra mondiale.
Dopo questi disastri gli italiani si sono detti che bisognava evitare in futuro che potesse ancora esserci un uomo solo al comando. Ecco allora che 556 eletti dal popolo si riuniscono in una Assemblea Costituente, lavorano sodo per 18 mesi insieme, e alla fine - insieme - elaborano la Costituzione del ’48. A scriverla sono stati uomini e donne che la pensavano in maniera tutt’affatto diversa tra loro: socialisti, comunisti, democristiani, liberali, azionisti, repubblicani, monarchici, cattolici, laici, credenti e non credenti... C’era davvero di tutto.
Ancora Calamandrei: “sotto questa Costituzione ci sono tre firme che sono un simbolo, De Nicola, Terracini, De Gasperi. Tre nomi, tre idee, tre concezioni che costituiscono le correnti più importanti del nostro Paese. Vuol dire che intorno a questo Statuto si è formato il consenso dell’intero popolo italiano”. Questo è il valore della nostra Costituzione. Non è l’imposizione di qualcuno sugli altri a colpi di maggioranza. È il consenso di tutti.
Sta in questa unità il formidabile propellente, ancora oggi, della Costituzione, se la si legge (come va letta) nel senso di programma per una “democrazia emancipante”: dove lo “status” del cittadino comprende non solo il diritto di voto, ma anche il diritto a condizioni di vita decorose e civili, anche per i disoccupati ed i precari, anche per gli anziani, i malati, i meno protetti, gli stranieri onesti.
Questo il lascito della Resistenza che va ricordato con orgoglio ogni 25 Aprile. Specie di questi tempi, difficili e tormentati a causa della pandemia del Coronavirus. “TUTTINSIEMECELAFAREMO” ad uscirne, soprattutto se sapremo rifarci proprio ai valori della Resistenza e della Costituzione.
Ora e sempre resistenza
Una mattina ci siamo svegliati e abbiamo trovato l’invasore in casa. Subdolo, insinuante. Perfido. Sconosciuto. È qui ormai e invade le nostre vite, devasta le nostre relazioni, aggredisce il nostro futuro. Mina le nostre certezze e sgretola la considerazione che abbiamo in noi stessi. Siamo stati sorpresi con la guardia abbassata anche se sapevamo che il nemico sarebbe arrivato. Il suo cavallo di Troia è stata la sicumera del nostro turbo sviluppo, l’arroganza del nostro crederci invincibili, lo spensierato consumo di terra, acqua, aria. Non abbiamo capito, anche se tutto sapevamo, che il nemico questa volta era più forte di noi.
Una resistenza l’abbiamo organizzata alla bell’e meglio. Si potrebbe dire che abbiamo reagito come nelle prime ore dopo l’8 settembre con bande di fortuna e con azioni gappiste destinate più a dire “Esistiamo” che a colpire veramente. Ora occorre organizzare una resistenza di lunga durata per evitare che - come accade in ogni classico film catastro-horror - il nemico la cui sconfitta si sta gioiosamente festeggiando torni più forte di prima.
E la nuova resistenza si combatterà contro il virus, ma soprattutto contro i suoi effetti più perversi. La resistenza sarà contro l’idea che tutto ricomincerà come prima con i bambini e le madri che affogano davanti alle nostre spiagge, le foreste che bruciano, i poveri e gli oppressi del mondo che si giocano il futuro su un barcone o nel fondo di un barattolo di colla.
La nuova resistenza sarà contro noi stessi, contro le nostre paure, contro la tentazione di richiudere i nostri orizzonti nelle rassicuranti certezze del mondo che abbiamo costruito finora e che - detto per inciso - almeno in occidente e in Europa ha prodotto tante vittorie civili e sociali che oggi andrebbero rivalutate. Occorre guardare lontano per sapere che un futuro sarà possibile, ma occorre sapere che costerà fatica, sofferenza, lotta. E occorre sapere che la Resistenza avrà bisogno della politica. Quella dei partiti e quella dei cittadini.

Purtroppo siamo di nuovo in guerra e, per non soccombere, ci sarà ancora bisogno di un’altra Resistenza. Ed è del tutto sicuro che, ora come allora, anche questa volta la guerra saremo in grado di vincerla. La sola differenza con il passato è che allora i partigiani servirono per sconfiggere il nemico e porre fine alla guerra; oggi i nuovi partigiani serviranno dopo. Serviranno cioè a combattere contro tutto ciò che questa guerra, ancora in corso, ci lascerà. Non è vero che “andrà tutto bene”. Non è vero che il mondo “sarà diverso e migliore”. Non sarà così: il mondo sarà solo più povero, ci sarà più cattiveria e più egoismo perché ci saranno meno risorse e la guerra per accaparrarsele sarà più dura di quella contro il virus e che tutto ciò aumenterà le disuguaglianze. Per questo lo scontro economico e sociale sarà ancora più duro di quello visto finora. In ballo forse, alla fine, ci sarà di nuovo ancora la stessa democrazia, così come si vede da quei modelli che le epidemie sanitarie l’hanno vinta, solo cancellando libertà e diritti e che oggi sono ripartiti grazie a un modello in cui Stato e mercato, senza democrazia effettiva o sostanziale, sono una sola cosa. Come ci dicono dalla Cina agli Stati Uniti di Trump, questo sarà la vera guerra da dover combattere già da domani. L’epidemia sanitaria è già diventata epidemia economica. E quella economica è già diventata sociale e quella sociale sta già diventando epidemia delle anime, delle culture e dei sentimenti.
La lotta che ci aspetta sarà durissima: ma non bisognerà nascondersi nei boschi o salire in montagna. Dovremo stare in campo per combatterla a viso aperto; a corpo a corpo; guardando i nemici, di ieri e di domani, negli occhi e dire loro che evasione, corruzione, malavita, sfruttamento, inquinamento, egoismo, lavoro nero, abuso contro i poveri e i fragili del mondo, questa volta no. Che non ne possiamo più. Che è giunta l’ora di dire basta. E che i nuovi partigiani, anche questa volta, sono pronti a combatterla fino alla fine. Costi quel che costi.
Resistere al nazifascimo non significò soltanto tentare di sconfiggere un nemico per ritornare alla situazione precedente, ma anche lottare perché non si potessero più creare le condizioni che avevano generato la dittatura e la guerra. Oggi ci troviamo a combattere un nuovo ed invisibile nemico e, ancora una volta, l'obiettivo non può essere semplicemente quello di ripristinare al più presto la nostra esistenza precedente, bensì soprattutto di ripensare radicalmente i nostri modelli di vita: dovremo imparare definitivamente che la logica del profitto non deve in alcun caso prevalere sulla solidarietà, e che il destino dell'uomo è inestricabilmente legato a quello di tutti gli altri esseri viventi, nostri compagni di viaggio e non meri oggetti di sfruttamento.

Le nostre radici civili, culturali, politiche si ancorano ai valori che hanno ispirato e guidato La Lotta di Liberazione dalla inumana e corruttrice cappa Nazi-Fascista. Oggi quei valori ci devono incitare a combattere le diseguaglianze, che certamente saranno amplificate dalla grave crisi che viviamo in questi mesi e che segue le tante altre crisi che hanno generato il costante e non contrastato declino del Nostro Paese.
“ORA E SEMPRE RESISTENZA” oggi si qualifica per l'impegno su:
Scuola, Formazione, Università e Ricerca Pubbliche,
Sanità Pubblica,
Ambiente e Territorio,
Infrastrutture Materiali e Digitali
Questi non sono solo Beni Comuni e di Valore Universale, sono anche le grandi occasioni di creazione di posti lavoro, i soli che potranno stabilmente accrescere l'occupazione e contemporaneamente dare concrete motivazioni per una coesione sociale che si è smarrita a causa della precarietà delle condizioni di vita, colpevolmente aggravate da scellerate e divisive politiche del lavoro. "Tutti insieme possiamo farcela, se lo vogliamo".
ORA E SEMPRE RESISTENZA
Resistenza è contrastare l’individualismo e l’egoismo che impera nelle nostre comunità e nel mondo.
Resistenza è contrastare le periferie economiche, sociali, culturali, geografiche in cui le persone diventano vittime della modernità.
Resistenza è riattivare la mobilità sociale impedendo vecchie e nuove povertà come quelle economiche, educative, sociali, sanitarie, del lavoro precario e mal pagato, della disoccupazione, delle pensioni incapienti.
Resistenza sarà sempre voglia di coesione sociale, democrazia e libertà.
Ora e sempre resistenza.
In questo periodo mi sento orfana, orfana di tutte le manifestazioni in occasione del 25 aprile. L’evento che più mi manca è la commemorazione, con le classi quinte delle lapidi dei morti nel periodo della Resistenza.
Da tanti anni a scuola, in collaborazione con la Circoscrizione 6 e l’Anpi territoriale, abbiamo adottato due lapidi in Barriera: quella di Antonio Banfo in corso Novara e quella di Badellino in via Sesia. Era un rito, un modo per parlare di quel periodo storico non contemplato nella scuola elementare.
La cosa più importante era leggere testi, imparare canzoni del periodo, preparare un piccolo insieme di testimonianze da rappresentare nei giorni precedenti il 25 aprile. Tutti gli anni, nonostante ci fosse ripetitività, sono stata sempre stupita dalla serietà degli alunni e dei docenti. La commozione era palpabile alla presenza dei nostri testimoni, ricordo Natalina, Luciano e sua moglie, i parenti di Banfo.
Immancabili i garofani rossi da lasciare, i discorsi brevi per l’occasione, ma un unico condiviso pensiero: la memoria deve essere custodita e coltivata, perché la memoria che dagli occhi lucidi di Natalina passa agli occhi lucidi dei bambini resta nella vita.
Gli allievi delle quinte di questo anno scolastico non avranno questa opportunità.
Spero sia un’interruzione temporanea.
Ora e sempre resistenza.
Con queste parole Piero Calamandrei molti anni fa chiuse la “sua” risposta alla provocazione del generale nazista Kesselring che rivendicava non meglio definiti meriti per la sua gestione della guerra nel nostro paese. Dei meriti acquisiti dalle sue truppe, decine di stragi compiute sulla popolazione civile, oggi disponiamo di un dettagliato, esaustivo e terribile elenco. Le parole di Calamandrei sono perciò diventate nel tempo un modo sintetico, ma efficace di esprimere il rifiuto, l'opposizione alla disumanità dei nazisti e dei collaborazionisti nostrani. Ma sono anche diventate le parole con cui nel nostro paese si è risposto alle minacce ricorrenti al deposito fondativo che la resistenza ci ha consegnato.
Tra pochi giorni sarà il settantacinquesimo anniversario del 25 aprile. Lo ricorderemo in modo anomalo perché un virus subdolo e micidiale ci costringe a stare in casa, a tenere le distanze, a chiuderci a difesa nella dimensione privata. Limitazioni necessarie, ma che tuttavia sentiamo come un peso, come un limite. Perché ci privano di una parte importante di quella cosa che chiamiamo libertà, che in tempi normali sembra scontata, ma di cui in casi come questi avvertiamo profondamente la mancanza. Ci manca quel principio di libertà, il diritto di movimento, di socialità che, come molti altri, la nostra Costituzione riconosce al cittadino di questa nostra democrazia. Una bella Costituzione la nostra, che dal 1° gennaio 1948 regola la nostra vita, la vita della nostra comunità nazionale. Che ci definisce come cittadini, che traduce in diritti, in progetti e anche in regole e doveri la nostra idea di libertà grazie al magnifico lavoro dei Costituenti. Ma quell'idea di libertà era nata cinque anni prima, nel dramma nazionale che si era aperto con l'armistizio dell'8 settembre 1943, quando l'Italia era stato occupata da eserciti stranieri e il generale, anzi il feldmaresciallo Kesselring, aveva preso il comando delle armate tedesche entrate nel nostro paese. Sembrò allora che l'8 settembre segnasse la fine dell'Italia unita. Nell'ora più buia, che qualcuno ha definito come “morte della patria”, una parte piccola di Italiani rifiutò un destino che sembrava compiuto e scelse la strada della montagna. Per coerenza politica gli antifascisti storici, per rivolta morale i più giovani.
Fu l'inizio del movimento di resistenza in Italia. Nell'Europa occupata dai nazisti erano nati diversi movimenti che
possiamo considerare come gli incunaboli di un’Europa nuova. Ma in Italia, dove era nato il fascismo, la scelta di opporsi con le armi ebbe un valore
più marcato. Perché più simbolica. Perché si configurava come un atto di riscatto da un'esperienza totalitaria come quella fascista, di cui molti portavano
responsabilità e che era finita in tragedia. Sembrò un carico eccessivo per un movimento che doveva fare i conti con un nemico esterno temibile e
con un nemico interno svuotato ma non rassegnato. Non fu così: la lotta partigiana crebbe, trovò un consenso crescente, diede un apporto che gli Alleati
riconobbero come prezioso entrando nelle città del nord liberate dall'insurrezione dell'aprile 1945.
Ma l'apporto fondamentale fu un dato immateriale, politico e morale: la resistenza restituì dignità a un paese sconfitto e pesantemente provato. Il prezzo fu alto perché la libertà, quando si perde, non si recupera facilmente. Quel prezzo fu pagato come un riscatto necessario da uomini liberi, che si batterono “per dignità e non per odio”. Per questo le parole di Calamandrei non sono una formula rituale, ma anche nel nostro presente si caricano di una tensione forte, che non teme di entrare nella dialettica politica. Quelle parole ritornano con urgenza quando, ad esempio, forze che si propongono come guida del paese non sono in grado o non vogliono stabilire un confine netto tra democrazia e ciò che democrazia non è. Perché parlare di democrazia illiberale come possibile opzione politica è offendere la Costituzione nella sua sostanza di patto libero tra cittadini liberi. Perché cercare di svuotare di senso la lezione più severa e più creativa della nostra storia recente è negare il valore della libertà che tenne insieme le diverse facce del movimento di liberazione.
Perciò per questo 25 aprile, necessariamente contenuto, forzatamente privato, ricordiamo quelle parole che ci aiutano a resistere e a sentirci comunità. E se vogliamo respirare meglio, virus o non virus, intoniamo Bella ciao. Il canto del partigiano, un canto nostro, che ci appartiene, che è ormai diventato in tutto il mondo un modo per esprimere il desiderio, la fame di libertà.
Grido e monito!
La lotta e la resistenza, i suoi principi e valori, lo spirito delle migliaia di donne e uomini che ne presero parte non finivano il 25 aprile ma dovevano perennemente essere la stella polare del nostro agire quotidiano.
Oggi, più che mai, da quei principi e valori dobbiamo ricominciare per dimostrare alle future generazioni che il sacrificio di tanti non fu vano e che nonostante tutto un mondo migliore è possibile.
W la lotta di Liberazione
Ora e sempre Resistenza.
Nerina Dirindin
Ringraziamo la professoressa Dirindin che, nell’occasione di questa webzine, ci ha generosamente concesso di linkare un suo importante articolo comparso su SOS Sanità, dal titolo: Prendiamo appunti per l’emergenza e ci rimanda esattamente a quello spirito di Resistenza, vigile, attiva richiamata nella sua invocazione. (La redazione) - http://www.sossanita.org/archives/9850.
C’è,
quest’anno, mentre siamo tutti chiusi in casa ad aspettare la fine della pandemia, una nuova voglia di ricordare il 25 aprile, dopo anni di volontà invece,
di dimenticarla, quella Liberazione, di affogarla in sterili e inutili polemiche, di contrapporle una rinnovata esaltazione del fascismo. Non si tratta solo di
ricordare, mentre si aspetta una liberazione, un’altra più importante Liberazione. Sappiamo che qualsiasi confronto tra l’occupazione nazista e la
guerra e la misura di distanziamento sociale per combattere l’epidemia è assurda. Siamo al sicuro nelle nostre case, abbiamo, la maggioranza di noi,
da mangiare, non possiamo vedere amici e parenti ma possiamo vederli e sentirli attraverso i mezzi di comunicazione, telefoni, video. Nulla in comune con quello
che ha passato la generazione del fascismo e della guerra: la prigione e il confino per gli antifascisti, gli oppositori del regime; la guerra, i figli mandati
al fronte con le suole di cartone; i bombardamenti; la fame, quella vera (guardate le foto del 1945, come erano magri!); la caccia all’ebreo e i campi di
sterminio, i massacri dei civili, i rastrellamenti.
Eppure, c’è l’idea di liberarsi dal male e soprattutto, ancora più forte, quella di costruire, forse, un mondo nuovo, diverso. Si, credo che in questo desiderio di celebrare la liberazione dalla guerra e dal fascismo ci sia anche un riallacciarsi a quel clima irripetibile di solidarietà e di volontà di ricostruire e di cambiare il mondo che per un brevissimo volgere di mesi si è vissuto nel nostro Paese nel 1945. Si faceva la fame, anche finita la guerra. Imperversava il tifo; non c’erano lussi, né si voleva o poteva comprare vestiti o profumi, si andava ancora in giro con gli scarponi portati in montagna. Il futuro non era affatto sicuro, la morte molto presente, le macerie da ricostruire. Eppure, guardiamo le fotografie, poche certamente, scattate in quegli anni: si sorrideva, si guardava avanti. Il 30 aprile1945 a Milano a piazza del Duomo si celebrò la Liberazione: c’erano tutti, il CLN, gli Alleati, e la folla, immensa e sorridente. C’era la bandiera italiana, una bandiera che aveva un significato molto diverso da quello che negli ultimi anni le hanno attribuito i nostri sovranisti.
Ecco, io credo che se vogliamo con tanta forza quest’anno ricordare il 25 aprile, la festa della Liberazione, è perché è stato il nostro punto di partenza per un’Italia democratica e libera, per un’Italia che si voleva ricostruire diversa. Perché come dalla guerra e dai suoi disastri è nata la nostra Costituzione e la nostra democrazia, così questa terribile pandemia possa insegnarci a costruire un mondo in cui i vecchi non muoiano più come mosche per l’insipienza e l’avidità di pochi, dove la terra non ci si rivolti contro a causa dei nostri misfatti, dove nessuno possa temere di non poter dare da mangiare ai suoi figli. Per questo ricordiamo la Liberazione, i nomi di quelli che hanno combattuto per raggiungerla. Per questo di loro raccontiamo le storie, esaltiamo l’esempio, ricordiamo il volto. È questo il legame fra quei tempi e i nostri, fra ieri ed oggi.
I dimenticati.
Come è stato possibile che si sia trascurato, nella tempesta della pandemia, proprio le persone più a rischio, gli ospiti delle Case di riposo? Fin dall’inizio si è imposto agli anziani di non uscire, di rimanere isolati perché i più fragili della società. Le case di riposo sono state chiuse alle visite ai parenti. E sono state “escluse”, dimenticate anche dall’assistenza sanitaria Non si è valutato che all’interno delle case di riposo, oltre agli ospiti, c’è il personale che si occupa di loro e che vive al di fuori delle case di riposo? Si è mandato all’interno delle strutture dei ammalati infetti? Perché i tamponi non sono sufficienti? Perché la medicina territoriale non è riuscita a collegarsi con l’unità di crisi?
Sono domande inquietanti su come si sta intervenendo da parte delle istituzioni politiche, amministrative, sanitarie riguardo una situazione straordinariamente nuova, certamente difficile da conoscere e anche da gestire, ma ormai chiara sulle misure da prendere e sulle conseguenze sociali ed economiche.
In Piemonte siamo in condizioni tragiche. I numeri di Asti sono simili a quelli di Bergamo.
Il dramma esploso nelle case di riposo cosa insegna per il “dopo”?
Qualcuno dice che la pandemia farà cambiare molte cose, ma sono dubbiosa che sia in meglio, che ci siano le capacità direzionali per intervenire sulle falle del sistema e sull’organizzazione sociale e solidale. Alcuni torneranno al lavoro e gli altri?
Il disagio della clausura come si ribalterà nella cosiddetta normalità?
La politica si dibatte tra medicina e economia con litigi tra le istituzioni, ma provvedere a un popolo è cosa molto più complessa.
I giovani del 1943 hanno saputo scegliere, con coraggio e senso di responsabilità nel fuoco della guerra e fare la Resistenza contro i fascisti e l’esercito nazista, l’esercito più potente del mondo.
HANNO CONQUISTATO LA LIBERTÀ E LA DEMOCRAZIA.
In questa fase così drammatica della lotta al virus ci rendiamo conto anche noi, che siamo vissuti in tempi di pace e in un paese democratico, che cosa significhi la LIBERTÀ INDIVIDUALE e che cosa significhi avere senso di RESPONSABILITÀ.
Quando sarà superata questa prova difficile vissuta in solitudine, dovrebbe RINASCERE il senso di socialità, di solidarietà e di umanità su basi più giuste e rispettose dei diritti e della dignità delle donne e degli uomini.
NUTRIAMO LA SPERANZA di un mondo migliore come quei giovani partigiani di 75 anni fa.
Resistenza vuol dire cercare di capire quello che succede, analizzarlo dalla parte della giustizia, della verità dei fatti, della concretezza, a tutto tondo.
Resistenza vuol dire non accettare i luoghi comuni e le informazioni superficiali, andare a fondo.
Resistenza vuol dire avere sempre presente, in qualsiasi cosa che si faccia, il rispetto delle persone e dei loro diritti, le difficoltà delle persone più deboli e fragili ( e sono tante oggi nel mondo, a partire dai migranti, da chi è malato, da chi sta subendo una guerra, da chi non riesce a sfamarsi...).
Resistenza vuol dire impegnarsi per una società più equa, giusta, senza soprusi ai danni dei più deboli. Il rispetto e i diritti delle persone sono le parole chiave.
Il mio primo vero 25 aprile è stato quello del 1966. Avevo quasi vent'anni, studiavo filosofia a Milano.
Nella mia famiglia, una famiglia emiliana che annoverava un nonno fascista, un altro nonno mazziniano, una nonna - sua moglie - che anche in pubblico, nel ventennio aveva espresso pareri coloriti e irridenti su Mussolini, un padre individualista e radicale, una mamma religiosa, superstiziosa, conservatrice, straordinariamente generosa con gli umili e i diversi ma che sul passato sorvolava, del 25 aprile si parlava, ma poco. Si parlava del dolore del tempo di guerra - mio padre mi dava letture. Alla manifestazione non si andava. Nel mio liceo, a Parma, città medaglia d'oro della Resistenza, il 25 aprile era una noiosa conferenza, tranne nell'anno in cui toccò a un professore partigiano che portò una testimonianza vera.
Ricordo allora il mio primo 25 aprile, a Milano, il sole, tante bandiere, tanti giovani che incominciavano a ribollire, ma in modo festoso, felici di ascoltare chi era stato testimone.
Resistenza era per me per la prima volta una parola vitale, il tempo, difficile ma eroico, che aveva portato alla Liberazione. Penso che per me sia stata una spinta, un'ispirazione a cercare di fare qualcosa di concreto, di utile, anche oltre gli studi.
Mi occupo da cinquant'anni di bambini, del loro sviluppo, dei loro diritti, dei loro genitori e dei luoghi di infanzia. In Italia e nel mondo. Ho avuto ruoli come ricercatrice, come amministratrice, come promotrice o membro di associazioni che lavorano con i bambini, le bambine e i servizi. Ho collaborato con l'OCSE, con Fondazioni in varie parti del mondo, sono stata per un breve tempo Assessore del Comune di Milano, consulente di Comuni e Regioni, ho partecipato a quasi tutte le Commissioni Nazionali che hanno riguardato i Nidi e le Scuole dell'infanzia. Ho promosso e fondato servizi nuovi, il primo centro per genitori e bambini – chiamato Tempo per le famiglie - che ha contribuito ad aprire la strada a molti altri servizi innovativi. Su questi temi ho fatto ricerca.
Negli ultimi 15 anni ho potuto sperimentare, con la mia Università, l'Università di Milano-Bicocca l'apertura di un nido e di una scuola dell'infanzia, ora abbiamo creato una rete di soci che lavorano con i bambini e le bambine, uno spin off universitario, una start up innovativa a vocazione sociale Bambini Bicocca che mi ha trasformata, quando ero già in pensione, nella legale rappresentante di una società. Sto imparando molte cose nuove, stiamo come tutti, attraversando un lungo momento difficile.
Sono stata molto fortunata, per tutta la vita ho potuto impegnarmi in quello che mi appassiona.
Le energie calano ma le sfide non finiscono mai. I bambini e le bambine mi tengono viva anche oggi, anche lavorando con loro e per loro a distanza. Qualche giorno fa un piccolo del Nido, che incontrava la sua educatrice online si è così emozionato da abbracciare il tablet. Non è la libertà, di toccarsi, di giocare di uscire, ma è gioia, vita, emozione e una spinta per resistere e pensare al futuro, che non sarà il ritorno alla normalità, ma un mondo diverso.
Posso resistere a questo tempo, penso alla transizione che verrà e al mondo nuovo che ci sarà dopo. Penso a come mettere a disposizione la mia esperienza - che non è fragile - a chi libererà pensieri, risorse, possibilità nuove. Ci saranno. Perché i bambini sono forti, perché i loro genitori ce la faranno e io spero di essere, ancora per un po', almeno una vecchia levatrice che dà fiducia e asseconda la nascita di idee per il futuro.
Buon 25 aprile!
ORA E SEMPRE RESISTENZA! È chi più delle persone anziane, sole o svantaggiate può far proprio questo motto? E poi in questo periodo di quarantena in cui cade la nostra festa del 25 aprile e dove tutti rapporti sociali sono resi più difficili dalla lontananza fisica dai nostri casi e dalle persone che ci aiutano?
Ci sono aspetti dell’informatica molto noti e altri un po’ meno. Tra i primi, spesso oggetto di timori e dubbi, le reti sociali. E poi i sistemi di comunicazione, dalla messaggistica, alla videochiamata, alla videoconferenza, addirittura al video spritz, tutti a casa propria ma a festeggiarsi attraverso Skype, Zoom e tutte le diavolerie che si sono diffuse a macchia d’olio anche tra gli scettici del pre-pandemia.
O a fare ginnastica guidati dal nostro istruttore attraverso una diretta Facebook.
Fino all’estremo atto di pietà per il moribondo di coronavirus che saluta i propri cari attraverso lo schermo di un tablet dal reparto di malattia intensiva. Tablet offerto da qualche associazione di volontariato perché ormai bene di prima necessità.
Tra i meno noti quelli che da anni vengono usati dalle persone meno favorite dalla sorte: spesso nascosti tra gli strumenti che usiamo tutti i giorni, nel computer o nello smartphone, sistemi per leggere testi o descrivere immagini per le persone affette da ipovisione o cecità. O ancora sistemi di riconoscimento vocale, o del movimento degli occhi e poi in grado di eseguire comandi.
Ma più semplicemente, per tutti noi che avanziamo negli anni (e facciamo fatica ad alzarci dal divano), sistemi che obbediscono alla nostra voce quando chiediamo di aumentare il riscaldamento, o accendere la televisione o ascoltare la nostra musica preferita che ci piove dalla nuvole di Internet.
Come pioveva paracadutato dal cielo lo Sten per il Partigiano.
Certo, ci sono problemi: perché spesso – ma non sempre, sono carissime quando non sono di massa – queste armi che ci proteggono nelle nostre difficoltà e debolezze sono gratis? Che subdoli interessi ha chi ce le fornisce?
Certo, ci poniamo il problema e anche questo è un nuovo fronte della nuova Resistenza (a Torino abbiamo fondato una associazione apposta: Sloweb). Ma intanto utilizziamole: lo Sten è carico e il colpo è in canna!
Osservo una foto di tanti anni fa ci sono io con il pugno alzato e una moltitudine di ragazze e ragazzi, festosi e urlanti e alle spalle un luogo che non fatico a riconoscere.
Era il 1968 e alle spalle della manifestazione studentesca il Liceo classico Carlo Alberto di Novara.
In quelle aule un po’ fatiscenti che profumavano tuttavia di fogli scarabocchiati e di inchiostro avevamo imparato, forse quello stesso giorno, una nuova parola, destinata ad accompagnarci e a diventare la ragione di un nostro impegno futuro: Umanesimo.
Una parola dal sapore antico, quella degli studiosi quattrocenteschi del latino classico, che avevano chiamato con questo nome il loro movimento, ricavandolo dalla parola latina Humanitas, cioè “tutto ciò che è degno dell’uomo e che lo rende civile innalzandolo sopra la barbarie”.
Ecco forse è ancora questa la ragione della nostra resistenza. Salvare il paese e il mondo dalla barbarie, dagli egoismi, dagli odi di religione, dagli interessi di casta.
C’è ancora bisogno di quell’umanesimo, che fa dire a un altro grande della letteratura latinoamericana: il colombiano e premio Nobel per la letteratura, Gabriel Garcia Marquez che: “Un uomo ha il diritto di guardare un altro uomo dall’alto verso il basso solo quando deve aiutarlo ad alzarsi”.
“Noi non abbiamo niente di cui vantarci per chiedere la vostra indulgenza, tranne una cosa: noi abbiamo avuto la più grande Resistenza d’Europa”. Queste parole di Alcide De Gasperi, alla Conferenza di Parigi di fronte alle potenze vincitrici, illustrano perfettamente perché il 25 aprile - insieme al 1° maggio e al 2 giugno - è la data simbolo della nostra convivenza civile e democratica. Non dobbiamo mai dimenticarlo.
Alla base della nostra Costituzione ci sono i valori della Resistenza e dell’antifascismo e se noi oggi abbiamo quella Costituzione lo dobbiamo ai partigiani e alle partigiane che combatterono e ai tanti che persero la vita in nome di quegli ideali. Abbiamo bisogno non soltanto di mantenere viva la memoria, ma soprattutto di diffonderla, affinché tutti, e in particolare le nuove generazioni, sappiano quali sono le fondamenta democratiche sulle quali si regge il nostro paese. A volte di fronte a episodi di fascismo, di razzismo, di dileggio di Anna Frank negli stadi, a certi discorsi di alcuni politici, un po’ di sconforto mi coglie. Poi vedo le piazze piene di giovani che si mobilitano per riaffermare i nostri princìpi democratici e torno ad avere fiducia, e mi convinco che la memoria non si stia affievolendo.
Però per tenerla viva non basta la spontaneità, servono anche la cultura e la conoscenza. Come dice Marco Revelli: dobbiamo diventare “partigiani dei partigiani” coinvolgendo in questo processo le nuove generazioni.
Per questo andiamo nelle scuole per incontrare i ragazzi e abbiamo avviato un progetto, nel quale è molto impegnato il sindacato pensionati della Cgil che prevede la raccolta di video testimonianze dei partigiani ancora in vita. È un lavoro straordinario!
È, anche, il passaggio di un testimone: essere partigiani significa prima di tutto tenere sempre ferma la barra della Costituzione, stare dalla parte del lavoro e della pace, in Italia e nel mondo intero, guardare e aprirsi al mondo. Questo è il modo migliore per onorare e ringraziare i partigiani e le partigiane per tutto ciò che hanno fatto.

Tra qualche giorno sarà il 75° anniversario del 25 aprile: tanti anni, il tempo di tre generazioni. Forse troppi anni. La maggior parte dei protagonisti, per ovvie ragioni anagrafiche, non c’è più, e non c’è più il “racconto”, quello che suscitava emozione, passione civile, energia morale. Quando finisce la “memoria” deve però iniziare la “conoscenza”, il rapporto razionale con il passato. Per questo il 25 aprile è una data che dobbiamo continuare a celebrare, anche solo con i social come quest’anno.
C’è una domanda che tutti, ma in particolare i giovani, devono porsi: come è stato possibile che tante vergogne siano accadute? Se pensiamo agli orrori più inquietanti del 1940-45, ai lager, alle camere a gas, ai forni crematori, proviamo un senso di sgomento e di lontananza: si tratta di episodi così estranei al nostro modo di essere e di sentire da sembrare inverosimili, retaggi di un passato del tutto remoto. Domandiamoci “dove” sono accaduti. Non sono accaduti in un paese barbaro e sottosviluppato; sono accaduti nella Germania degli anni Quaranta, nel paese dove c’era il più alto tasso di alfabetizzazione al mondo; sono accaduti nell’ambito di quella cultura tedesca che da due secoli insegnava al mondo i valori dell’uomo (da Kant in poi i più grandi filosofi, filologi, storici, artisti sono stati quasi tutti tedeschi); sono accaduti in quella Germania dove si erano formati uomini come Bertold Brectht, Thomas Mann, Albert Einstein. Eppure in quel Paese così evoluto, così istruito, un personaggio che oggi suscita orrore come il caporale Hitler è arrivato al potere e si è fatto seguire sino alla fine da cinquanta milioni di tedeschi (per viltà, per indifferenza, per convinzione, per inconsapevolezza, ma comunque sino alla fine: “la grande colpa collettiva del popolo tedesco - scriveva Primo Levi - “è stata il silenzio sui lager”).
Come è stato possibile?
Rispondere significa scoprire i meccanismi inesorabili dei totalitarismi: il controllo della scuola, per plasmare giovani a immagine e somiglianza del modello
d’uomo che il regime vuole imporre; il controllo dell’informazione, per far sapere ciò che si vuole si sappia e tacere tutto ciò che si vuole non
si sappia; l’eliminazione della dissidenza, con gli assassinii, il carcere, l’intimidazione o il bavaglio della censura. Un esempio tra i mille
possibili, raccontato da Anna Cherchi, classe 1924, partigiana piemontese catturata e deportata a Ravensbruck, vicino a Berlino: quando la guerra sta per
terminare e vicino al lager già si sentono tuonare la artiglierie dell’Armata Rossa, i nazisti decidono di trasferire le deportate verso ovest, lontano
dal fronte, per poterne sfruttare ancora la manodopera. Durante la marcia, allineate in fila per nove e controllate da due armati, le deportate attraversano
un villaggio dove ci sono alcune persone sul marciapiede perché è una bella giornata di inizio aprile: tra loro vi è un bambino di 5 o 6 anni, bello come tutti
i bimbi, a maggior ragione quelli nordici con i capelli biondi e gli occhi azzurri. La deportata più vicina al marciapiede, per istinto di tenerezza, passando
accarezza sul capo il bambino: questi rimane interdetto per un attimo, ci pensa su, poi rincorre la donna e con tutta la forza che ha nelle gambe le tira un
calcio alla caviglia. Che cosa c’è di “naturale” in un bambino di 6 anni che reagisce ad una carezza cercando di fare male a chi lo ha
accarezzato? Che cosa c’è di naturale se non in un’atmosfera culturale dove già a quella età è stato insegnato che quelle
persone con la divisa a strisce, con la testa rasata, gli zoccoli ai piedi, il numero tatuato sul braccio o cucito sul risvoltino della giacca sono dei nemici,
dei reietti, dei pericoli da isolare e vilipendere?
Questa è la forza tremenda dei totalitarismi: plasmare le coscienze a propria immagine, trasformare un popolo di tedeschi in un popolo di nazisti, un popolo di italiani in un popolo di fascisti. Oggi, è vero, non ci sono all’orizzonte né lager, né gulag, e neppure l’olio di ricino degli squadristi: ma gli strumenti che hanno reso possibile quelle derive (il controllo della formazione e il controllo dell’informazione) sono strumenti che possono essere “usati male” anche oggi e provocare altre derive: diverse da quelle del 1940-45, certamente; ma comunque derive, chissà quali, chissà quanto profonde.
Ecco perché continua ad avere un senso celebrare il 25 aprile: bisogna ricordare ciò che è accaduto per comprendere ciò che ha permesso che accadesse. C’è una Resistenza che si è combattuta in montagna con le armi 75 anni fa, ma c’è una Resistenza che siamo chiamati a combattere ogni giorno. Il senso del “resistere” ispira una poesia del pastore tedesco Martin Neimoller (erroneamente attribuita a Brecht), che più o meno testualmente dice. “hanno portato via gli ebrei e non ho detto nulla perché non ero ebreo; / poi hanno portato via i comunisti e non ho detto nulla perché non ero comunista; / poi hanno portato via i sindacalisti e non ho detto nulla perché non ero sindacalista: / poi hanno portato via me, e non c’era più nessuno che potesse dire qualcosa”. Ecco: “resistenza” significa fare in modo che ci sia sempre qualcuno che possa ancora dire qualcosa. È una resistenza che non richiede le armi dei momenti eccezionali: richiede la coscienza di chi sa essere cittadino tutti i giorni.
Ivan Pedretti. Segretario generale Spi Cgil
La Resistenza e la Guerra di Liberazione sono il fondamento dell’Italia in cui viviamo e dell’unità nazionale che ha generato la nostra Costituzione. Negli anni molti hanno tentato di indebolire, se non sporcare, questa consapevolezza ma la festa del 25 aprile ha sempre saputo rafforzare l’identità del popolo italiano. Quest’anno ricorre il 75° anniversario della vittoria sul nazifascismo e la sua celebrazione deve essere, ancor di più, un momento di coesione e rafforzamento della nostra popolazione.
Oggi ci troviamo a combattere con un nemico meno visibile e sconosciuto ma altrettanto crudele di quello di allora, particolarmente feroce verso la popolazione anziana che noi vogliamo difendere e rappresentare. Difendere garantendo a tutti i servizi necessari, le cure, la socialità come diritti irrinunciabili. Rappresentare ricordando quelli che non ci sono più, le loro storie, la loro memoria che è la nostra.
“Ora e sempre resistenza”: mai come in questi giorni di paura e isolamento questa frase desta in noi il desiderio, la volontà, la forza di superare questa brutta fase della nostra vita per tornare a stare insieme nelle nostre città e nei nostri paesi. Sappiamo che sarà necessaria molta forza e che i tempi di normalizzazione non saranno brevi. A maggior ragione è importante rafforzare i nostri sentimenti di solidarietà e restare uniti. “Ora e sempre resistenza”: vuol dire anche isolare coloro che per piccoli interessi personali screditano lo sforzo di chi nel lavoro e nel volontariato mette se stesso a disposizione degli altri.
Nel celebrare il 25 aprile esprimiamo la gratitudine a coloro che hanno dato la propria vita per la libertà degli italiani. Questo 25 aprile onoriamo coloro che hanno dato la propria vita per la salute di tutti noi.
Ho deciso di farvi avere la citazione che si riferisce alla rivolta ebraica nel ghetto di Varsavia perché mi sembra pertinente con la ricorrenza del 25 Aprile.
Quanto a me, sono Professore Emerito di Psicologia dell'Educazione dell'Università di Roma Sapienza, appartengo alla Comunità Ebraica romana, nel '43 avevo 7 anni e ricordo molto bene gli eventi della persecuzione razzista scatenata da Mussolini a partire dal 1938.
Durante la preparazione della rivolta ebraica nel Ghetto di Varsavia (aprile e maggio 1943), i ragazzi che la organizzarono (avevano tra 14 e 19 anni) erano consapevoli "di non avere la minima possibilità di salvezza", sapevano che non era in gioco se vivere o morire ma soltanto come morire. I nazisti volevano distruggere per sempre l'immagine che l'umanità intera aveva di sè stessa. Quando i rappresentanti dei gruppi ebraici giovanili si incontrarono a Varsavia, nel luglio del '42 decisero di creare un'organizzazione combattente. Durante la riunione il compagno Arieh Wilner (Jurek) dichiarò: “Non intendiamo salvare le nostre vite: nessuno di noi ne uscirà vivo. Vogliamo salvare l’onore dell’umanità”. (Dalla nota storica del libro curato da Anna Rolli Conversazione con un eroe. Simcha Rotem racconta, prefazione di David Meghnagi, Belforte Editore, Livorno, 2016).
Ogni 25 aprile e ogni volta che si richiama la Resistenza, quella al nazi fascismo, penso di essere stato fortunato per aver potuto conoscere personalmente chi la Resistenza l’ha fatta: i Partigiani.
Mi ritornano in mente i loro racconti, quelli fatti senza enfasi e senza vanto, la memoria dei loro vissuto fatto di atti coraggiosi ed in alcuni casi eroici, raccontato con disarmante semplicità.
Ad esempio quelli ascoltai dal partigiano VOV, Bruno Tomasetti, operaio alla Borsalino, sindacalista che è stato il mio primo segretario di categoria.
Raccontava che il suo nome di battaglia lo ha avuto quando quello che era il suo comandante, in un bar, risolse il problema leggendo la pubblicità su un portacenere. Al partigiano VOV, ferito in uno scontro a fuoco con i tedeschi, in un giorno qualsiasi della fine degli anni ‘50 venne consegnata una medaglia al valor militare, senza cerimonie, nel suo ufficio, da un Prefetto che lo guardava con sospetto in quanto sindacalista comunista della CGIL.
Tra i tanti, mi sovviene un racconto, per certi versi divertente di mia nonna Aurora che ricordava quando alla porta della sua casa di campagna bussarono le camicie nere e gli chiesero un lenzuolo per coprire un morto ammazzato. E lei agitata chiese alla camicia nera: “Ma il morto e dei vostri o dei nostri?” E quello gli rispose: “un nostro camerata” senza indagare o capire più di tanto il senso di quella domanda.
Ecco, il significato della Resistenza per me è racchiuso nel chiedersi come riuscire a trasmettere la grandezza di quel momento, la grandezza di quegli uomini e di quelle donne, ormai quasi tutti scomparsi. Come farlo senza poter ascoltare i loro racconti di vita vissuta, i gesti reali, i rischi, le paure e gli eroismi, trasmessi in maniera semplice e comprensibile, come se fosse naturale e indiscutibile la scelta della libertà. Più veri e colmi di passione, proprio perché scevri della retorica che spesso non esalta ma sminuisce il significato di una ricorrenza fondamentale per la nostra vita democratica: il 25 Aprile.
ORA E SEMPRE RESISTENZA. Ora e sempre l’affidarsi ai diritti. I diritti umani, anzitutto. Quelli per cui uomini e donne, adulti, giovani e bambini hanno dato la loro vita. Diritti che si fatica a rendere effettivi quando le certezze che accompagnano la nostra quotidianità vengono meno. Eppure sono proprio questi i momenti in cui avere quei diritti ci rende tutti più forti. Tutti, indipendentemente dal colore della pelle o dal luogo di nascita, dall’accento o, per chi crede, dal Dio cui ci affidiamo. I diritti non sono retorica, così come non lo sono le difficoltà di coloro che - cittadini, semi-cittadini, stranieri - la pandemia ha reso più marginali e vulnerabili. Oggi e domani saranno le loro vite a ricordare a chi può contare su maggiori conoscenze, competenze e capitali cosa avrà fatto per evitare che si riducesse la distanza fra i sommersi e i salvati.
"Le cose son quel che sono, e nelle cose come sono, a noi esser come vogliamo", questa frase la scrive Elvira Pajetta nel '37 ad un figlio combattente in Spagna mentre Gian Carlo è in carcere e su di lei pesa il divieto di risiedere a Torino perché antifascista. C'è in questa frase la consapevolezza della drammatica situazione e l'affermazione pacata della propria volontà. Da questa fermezza nasce la scelta dei Resistenti e dalla loro fermezza nasce un'Italia assolutamente nuova che definisce il suo futuro con la Costituzione, un futuro dopo 75 anni non ancora pienamente realizzato. Da questa storia proveniamo ed è questo passato che rende possibile ora, di fronte all'aggressione del virus, una grande assunzione di responsabilità, accettando situazioni di limitazione delle libertà e sacrifici per un bene comune, la salute di tutti. Nelle condizioni imposte dall'epidemia possiamo quindi celebrare il 25 Aprile, la festa della Liberazione come fonte, non solo della nostra democrazia, ma anche delle nostre virtù civili, in attesa come allora di ricostruire un Paese più giusto e solidale, senza muri e senza odi. Tutti insieme alle ore 15 da finestre e balconi cantiamo Bella Ciao.
RESISTENZA.
A cosa sempre, e ora in particolare, dobbiamo opporre la nostra resistenza? Direi all'egemonia del pensiero neoliberista che da quarant'anni domina le
nostre esistenze. RESISTERE alla celebrazione dei miti del mercato come diffusore di ricchezza e dei suoi eroi fasulli; RESISTERE alla denigrazione delle
lotte presenti e passate per un modello di società diverso; RESISTERE al pericoloso ritorno della filantropia come sostituzione delle garanzie di uguaglianza,
dignità e sicurezza di tutti cittadini.
Resistere oggi:
a chi vuole mantenere e promuovere le disuguaglianze sociali, limitando o togliendo a chi è più fragile e disagiato le opportunità di trovare la propria dignità di vita;
a chi vuole convincerci che alcuni hanno più diritti di altri, confondendo il privilegio con il diritto;
a chi vuole sfruttare la persona riducendola a soggetto non pensante;
a chi vuole farci arretrare puntando sull'inutilità della cultura e dell'istruzione, sull'egoismo e sulla paura;
a chi vuole convincerci che non bisogna perdere tempo con chi vive una situazione di emarginazione sociale e di disagio.
Resistere oggi significa guardare il viso felice di un giovane studente, discriminato per il colore della pelle e/o la povertà economica, che è riuscito a prendere un bel voto in storia, perché la Scuola ha creduto in lui; è guardare con amore l'anziano e molte persone che, in questi tristi giorni di coronavirus, affrontano da soli, senza la carezza dei propri cari, la malattia e talvolta la morte.
La Memoria non è retorica: è fare tesoro dei valori che sono stati trasmessi da chi credeva nella costruzione di una sana democrazia, nel rispetto della libertà di ciascuna persona. Settantacinque anni fa, tanti giovani e meno giovani lottarono fino alla morte per seguire ideali di pace e di democrazia. Ricordare significa leggere il triste presente per riflette seriamente e con responsabilità sui tanti errori commessi in questi nostri anni.
Noi donne insieme a voi uomini dobbiamo resistere uniti.
(Tiziana, Rosanna, Marilia "Sportello Donna" SPI di Vercelli).
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Torino 24 aprile 2020, Ospedale Amedeo di Savoia attualmente Covid.
Ora e sempre resistenza.
Resistere significa opporsi alla forza e alla volontà di qualcosa o qualcun'altro.
Dal 26 febbraio quel qualcosa si chiama Coronavirus, un nemico subdolo e invisibile di cui vediamo ormai da mesi gli effetti.
Resistere ora è indispensabile: lo facciamo ogni giorno noi nella nostra attività di medico e psicologa, nel dietro le quinte di una trincea crudele, lo deve fare il popolo italiano oggi nel lockdown e domani nella fase 2 dimostrando di saper resistere alla tentazione di tornare a "tutto come prima".
Dobbiamo sapere resistere per capire come costruire una realtà condivisa di benessere per tutti noi, recuperando ciò che davvero ci serve.
Ora e sempre resistenza.
“Qual è oggi, l’aspetto peculiare, l’emergenza, l’obbiettivo, che meglio rappresenta ai vostri occhi l’invocazione civile racchiusa nella frase di Pietro Calamandrei? Come va declinata oggi quella frase?”
C’è una parola che a mio parere rappresenta i rischi e i pericoli che corrono, oggi più che mai, le idee di democrazia, di libertà, di giustizia sociale, questa parola è PAURA.
In nome della paura, per difendersi dalle proprie paure, da sempre l’essere umano è stato disponibile a rinunciare ad una fetta più o meno ampia dei propri diritti, a pezzi della propria umanità.
Alla paura del diverso, dell’esclusione, della perdita di lavoro adesso si è aggiunta prepotentemente anche la paura di incontrare l’altro, di uscire di casa, le relazioni umane si sono trasformate da fonte di vita a pericolo di morte. Che impatto avrà questo su tutti noi, ma soprattutto sulle nuove generazioni?
La grande sfida che hanno di fronte oggi la scuola e il mondo adulto tutto intero, non è tanto, o non solo, quella della didattica a distanza, e di limitare tutte le disuguaglianze, in termini di possibilità di accesso e di utilizzo che questa porta con se, ma quella di aiutare le giovani generazioni, bambini e adolescenti, ad affrontare questo tempo con creatività, senza perdere la fiducia, in se stessi, negli altri esseri umani, nel futuro.
Alla scuola spetta oggi trovare percorsi possibili, per gli studenti ma anche per le loro famiglie, per trasformare la paura in una visione nuova e diversa del nostro stare nel mondo, che sappia cogliere le opportunità e le possibilità che questo stop obbligato ha reso visibili all’umanità intera; un modo rispettoso della natura e dei suoi ritmi, in cui sia possibile conciliare i tempi di vita e di lavoro, in cui la salute e la sicurezza di tutti non siano negoziabili in nome del risparmio o peggio del profitto...
Una visione del mondo in cui ciascuno possa immaginare, per sé e per tutti, un futuro di serenità e di crescita.
Se non sapremo fare tutto ciò nei prossimi anni non sarà il virus il problema più grande che la nostra società dovrà affrontare.
Se ne saremo capaci questo ‘inverno sociale’ avrà avuto il merito di rendere possibile un mondo più equilibrato e giusto per tutti.
Nel centenario della nascita di Gianni Rodari, uno dei padri fondatori dell’associazione che rappresento e maestro di creatività e di speranza, chiudo con una sua poesia:
Speranza
Se io avessi una botteguccia
fatta di una sola stanza
vorrei mettermi a vendere
sai cosa? La speranza.
"Speranza a buon mercato!"
Per un soldo ne darei
ad un solo cliente
quanto basta per sei.
E alla povera gente
che non ha da campare
darei tutta la mia speranza
senza fargliela pagare.
La salute prima di tutto, recita un detto popolare. Ma noi ci siamo dimenticati che dire salute significa dire vita, dignità umana.
E così tutto il mondo oggi si scopre prigioniero di un virus sconosciuto e maligno. Che lo sta mettendo in ginocchio.
Di fronte al disastro di tante persone e tanti anziani che sono morti soli, senza il calore di una carezza o di uno sguardo dico: Ora e sempre Resistenza per affermare la salute come diritto fondamentale per tutte e tutti, bene comune, dignità della persona .
La salute e la vita devono vedere riconosciuto un valore superiore, diventare un obiettivo mondiale, un bene a favore di cui operare in modo forte e costante da parte di tutte le persone e di tutti i governi del mondo.
“Furono gli operai, i contadini, gli impiegati ed i tecnici che costituirono la massa ed il cervello delle gloriose formazioni partigiane e di tutti i focolai di resistenza attiva all'invasore tedesco. Chi può dire se la clamorosa vittoria del 25 aprile sarebbe stata possibile senza gli scioperi generali grandiosi che, dal marzo 1943, si susseguirono, a breve distanza, sino al 1945?... I lavoratori italiani, manuali ed intellettuali, non dimenticano. Essi hanno piena coscienza di essere stati il fattore determinante della liberazione dell'Italia, per opera degli italiani; della salvezza. Dell'onore dell'Italia e dell'attrezzatura industriale del Nord. Essi sono consapevoli dell'obbligo che si sono assunti di essere un pilastro basilare della nuova Italia democratica” (G. Di Vittorio, 25 aprile 1946).
Per ricordare il 25 aprile quest’anno ho scelto le parole pronunciate da Giuseppe Di Vittorio nel primo anniversario della Liberazione.
È proprio da Torino che nel 1943 sono partiti gli scioperi generali a cui Di Vittorio fa riferimento.
Ed il ruolo delle lavoratrici e dei lavoratori è stato determinante, a partire dalla lotta di liberazione, per costruire i principi fondamentali della nostra democrazia racchiusi nella Costituzione che, non a caso, è “fondata sul lavoro”.
Oggi siamo di fronte ad una grave emergenza non solo sanitaria, ma anche economica e sociale, che sta mettendo a dura prova la nostra vita e la tenuta del nostro paese.
Oggi come allora per “rinascere” occorre ripartire dal lavoro, da ogni persona che lavora o che cerca di lavorare.
Siamo entrati nell'emergenza con un lavoro per molti indebolito, diventato precario o che non garantisce un reddito adeguato. Con una disoccupazione molto alta e un tessuto di lavoro nero o grigio che la diffusione del virus ha reso visibile a tutti. L'innovazione che potenzialmente può liberare e rendere più qualificato il lavoro, ha reso i lavoratori ancora più distanti e disuguali.
Ripartire dal lavoro vuol dire coniugare innovazione e diritti; far emergere e rendere regolare ogni rapporto di lavoro; retribuire correttamente il lavoro, dipendente ed autonomo; distribuire il lavoro che c'è, rimodulando e riducendo gli orari di lavoro; ricomporre le condizioni di chi lavora fianco a fianco con contratti diversi, come i tanti lavoratori e lavoratrici degli appalti; restituire dignità al lavoro pubblico, essenziale in questa fase di emergenza e decisivo per garantire i diritti di tutti; costruire un sistema di tutela nel caso di perdita del lavoro o tra un lavoro ed un altro che consenta un reddito adeguato.
Mettere al centro il lavoro significa prendersi cura di ogni persona, promuovere la dignità e la libertà di ognuno; e costruire un modello economico e sociale che tiene conto della tutela dell'ambiente e della giustizia sociale, che promuove la riduzione della disuguaglianza tra le persone e che rilancia un forte ruolo del pubblico.
È nei momenti più difficili che si possono e si devono fare le scelte più complicate. Sono momenti faticosi, ma sono anche le occasioni in cui si può e si deve immaginare un mondo nuovo.
Nulla ci viene regalato, ce lo insegna la lotta di liberazione.
Ci insegna che per cambiare le cose serve agire nell'immediato ma pensare in grande; che bisogna farlo insieme, collettivamente, rompendo solitudine ed egoismi; e che non si deve smettere mai di lottare.
ORA E SEMPRE RESISTENZA
Quella contro il coronavirus non è una guerra, non bisogna trattarla come tale. E quando questa emergenza sanitaria sarà finita, dovremo continuare a dimostrarci resistenti.
Resistere oggi vuol dire battersi per un mondo più equo.
Significa appianare le differenze, dare di più a chi ha meno, pensare alla tutela di tutte e tutti a partire dagli ultimi. Perché non siamo tutti sulla stessa barca.
Resistere oggi significa combattere razzismo e ignoranza.
Significa stare dalla parte dei diritti dei richiedenti asilo, che scappano da guerre, fame e povertà. Vuol dire non dimenticare i valori di solidarietà e accoglienza, soprattutto durante una pandemia globale.
Resistere oggi significa combattere per la parità di genere e schierarsi a favore delle lotte femministe.
Significa capire che una società maschilista e patriarcale fa male a tutti e tutte. #restareacasa in queste settimane, per troppe donne non è stato un invito rassicurante.
Resistere oggi significa manifestare accanto alla comunità LGBTQI+, difendendo il diritto ad amare e ad essere.
Significa combattere l'omotransfobia e il pregiudizio.
Resistere oggi significa battersi per un mondo più sostenibile.
Vuol dire rendersi conto che l'emergenza più grave è data dal cambiamento climatico. Significa superare le nostre pessime abitudini al consumo senza freni e senza buon senso, per salvaguardare il nostro bene di prima necessità più prezioso: il nostro pianeta.
Resistere oggi significa scegliere da che parte stare.
Significa resistere alla demagogia, ai sovranismi, al “prima gli italiani”.
Vuol dire sapere che la Resistenza non è un fatto storico, ma una pratica costante.
Perché noi lottiamo per la sanità pubblica, la scuola pubblica e diritti umani, sociali, civili, ambientali uguali per tutte e tutti.