Oggi è Fridì 28 August 2026, ore 6:52:5

EDITORIALE

Primum vivere, deinde philosophari  («prima [si pensi a] vivere, poi [a] fare della filosofia».

Mai come in questo periodo questa frase antica sembra raggiungere l’apice della saggezza e persino del buonsenso. Che cosa ci può essere di maggiormente efficace e appropriato di una politica, di una prassi, di un atteggiamento che concentrino tutti gli sforzi per sconfiggere il virus? Nessuno che abbia a cuore il destino dei propri simili e dei propri cari può smentirlo. Nessuno che pensi alle conquiste della dignità umana può dissentire dagli sforzi generosi che l’emergenza riesce a farci compiere. Nessuno è esonerato dalla solidarietà nei confronti di quanti rischiano la loro vita per gli altri.

Primum vivere, deinde philosophari, dunque! Sì, senza ripensamenti. Inorriditi che sul “primum vivere”, sui mezzi, sugli strumenti, sulle strategie si verifichi una guerra silenziosa che attraversa la politica, la scienza, gli Stati, in una untuosa concorrenza di idee e di presenzialismi che ci lasciano in bocca l’amaro della competizione, offuscando la dolcezza della solidarietà. Ci rivelano che la politica, l’economia, la scienza stanno già guardando al dopo, stanno prendendo le misure di chi ha avuto torto e di chi avrà avuto ragione. Basta guardare l’egoismo delle scelte, la concorrenzialità, il protagonismo per comprenderlo. La lotta tra i negazionisti del virus, i carcerieri, i gendarmi e i possibilisti è sotto i nostri occhi. 

Ma sotto i nostri occhi c’è anche il salvadanaio che i soliti poveri dovranno rompere per pagare la crisi. È questo il futuro che non vorremmo vedere più. 

Come sempre, di fronte alle grandi crisi, cresce il numero di quelli che provano a rinnovare nel cuore delle persone la speranza, tutti quelli che caricano la crisi di cose che non ha: la svolta, il mondo diverso, il salto tecnologico che riesce a coniugare l’antico con il futuro, una nuova socialità, il nuovo e l’antico coniugati in un disegno di redenzione universale. L’uomo nuovo… Di nuovo. 

Fanno bene. Fa bene al cuore, ci aiuta a guardare avanti, ma ci guardiamo ancora con gli occhi rivolti ad un passato mitico che ritorna. Il mito dell’età dell’oro, quando non si chiudeva neanche a chiave l’uscio di casa e la gente si conosceva tutta e il lavoro aveva una sede, un tempo, una vita intera.

Spiacenti. Non funziona così! Ci può anche fare bene, ci può anche aiutare, ma l’unico futuro possibile è migliorare il presente, anche il quotidiano, anche l’oggi.

Oggi vuole dire occuparsi di nuovo di quelli che restano senza soldi, che non hanno dimora, che non sanno leggere, che non hanno neppure la possibilità di urlare “io sto male”.

È un esercito composito e molte volte sconosciuto, attraversa le generazioni e va dai vecchi soli ai ragazzi che si trovano senza più riferimenti e senza regole, talvolta incapaci di riorganizzare la vita in famiglia.

Il nostro futuro comincia da qui. Dalla ricerca in noi stessi del significato di quello che facciamo oggi. Basta consumare il tempo dietro il bollettino dei morti! Per quanto sia umano e tragico, pietoso e doveroso, tutto questo spettacolo di morte che offusca i nostri occhi ci impedisce di vivere al meglio il nostro presente necessario e trasformarlo in un presente restituito, regalato, messo a disposizione degli altri nelle forme che la situazione ci consente.

Oggi vuole dire occuparci di democrazia, interrogarci sui confini stretti tra l’emergenza e la libertà personale, contendere passo a passo contro la seduzione di lasciare fare a qualche Uomo della Provvidenza. 

Non vogliamo difendere la trasgressione, l’egoismo, i furbetti. Vogliamo difendere il Parlamento, le sue prerogative, la sua responsabilità di rappresentare la complessità del vivere civile, la sostenibilità democratica delle scelte, la sua ultimativa possibilità di difendere le istituzioni dalla richiesta di sospensione delle garanzie costituzionali. 

Lo stato di eccezione, in una democrazia ben temperata, ha un termine affidato ai rappresentanti del popolo ed è regolato dalle prerogative della Legge. L’unica che davvero può determinarlo senza vulnus per la democrazia. Ci sia il voto del Parlamento, senza derive incostituzionali a garantirci da un virus molto più pericoloso del coronavirus: l’abitudine che possano esserci scorciatoie informatiche, procedurali, plebiscitarie che determinano gli aspetti più incoercibili della libertà personale.